Wednesday, February 3, 2010

News


Il 10 Febbraio, via Skype, rispondero' alle domande degli studenti della Winchester High School (Winchester, Massachusetts) su "E' sabato mi hai lasciato e sono bellissimo". Poiche' la presentazione al Consolato di Miami continua ad essere posposta , questa sara' la "prima americana" del mio piccolo romanzo: ringrazio di cuore Tanya Ferretto Steel che l'ha organizzata.
Nel frattempo altre recensioni sono uscite: segnalo quella sul settimanale Gente Veneta, quella su Sololibri.net, Siracusa News, Corriere di Avellino, nonche' l'intervista su Linsolito. Grazie a tutti coloro che si sono o si stanno occupando del "Sabato".

Sunday, November 15, 2009

Recensioni e presentazioni radio e TV

Parte la seconda edizione del "Sabato". La prima e' andata esaurita grazie anche a tutti coloro che lo hanno recensito e presentato, e che ringrazio di cuore:


Corriere del Veneto:
http://pettener.blogspot.com/2009/09/recensione...
Presentazione a Unomattina Estate:
http://pettener.blogspot.com/2009/08/pettener-u...
Presentazione sul Cultural TG:
http://pettener.blogspot.com/2009/08/e-sabato-m...
Recensione sul Mattino di Napoli:
http://pettener.blogspot.com/2009/08/pettener-e...
Recensione sul Gazzettino di Venezia:
http://carta.ilgazzettino.it/leggigiornale.php?...
Recensione sul Mestre:
http://pettener.blogspot.com/2009/07/recensione...
Recensione su Lettera 22:
http://pettener.blogspot.com/2009/07/recensione...
Recensione su Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione, La Gazzetta del Sud:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=876886...
Recensione su Max (versione on-line):
http://max.rcs.it/news/0908_08news_Pettener.sht...
Recensione di Alias:
http://www.facebook.com/home.php#/note.php?note...
Recensione su Linsolito:
http://www.linsolito.net/index.php?option=com_c...
Recensione su Inutile:
http://www.rivistainutile.it/files/sabato_recen...
Presentazione a Al di la' dell'Arcobaleno a Radio Bue, prima e seconda puntata:
http://www.radiobue.it/content/blogcategory/77/...
Presentazione al Mal D'Estro a Radio Ca'Foscari:
http://blog.radiocafoscari.it/maldestro/archive...

Sunday, November 1, 2009

Prima presentazione invernale: Milano, Teatro dell'Arte, Sala dei Poeti

Prima presentazione invernale del "Sabato", in procinto di ristampa, a Milano, al Teatro dell'Arte, nella Sala dei Poeti, l'11 dicembre alle 19.

Tuesday, October 6, 2009

I libri di Lorenzo Licalzi e altre divagazioni

Stavo a Firenze, l’estate di due anni fa.
Firenze, poveretta, era stravolta dal caldo e dai turisti, fisicamente sciupata, stanca, e anch’io, ma non dal caldo né dai turisti, bensì da Non ti Muovere e dalla Misteriosa Fiamma della Regina Loana. Davvero. Preso in trappola, strangolato. Tra la greve gravosità della Mazzantini e i ricordini in salsa semiotica di Eco. (Ricordini zeppi d’errori di stampa, detto per inciso, cosa semioticamente interessante sul valore che autore e casa editrice hanno attribuito al libro.)
La Mazzantini passi, perché dalla serietà asburgica con cui mi fissava dalla fotografia sul retro di copertina (zigomi alti, occhi tempestosi) avevo capito subito che c’erano guai all’orizzonte, capisco sempre la qualità di un romanzo dalla foto dell’autore, e lì ho capito subito che si trattava di una donna che vuol farti vedere che sa scrivere come un uomo, anzi meglio, che sa dire cose volgari, come un uomo, cose tristissime, come un uomo, essere noiosa, come un uomo, e che è una scrittrice anche se fa l’attrice.
Ma Eco! Dio mio, io di Eco avevo una memoria eccellente, l’estate di sei anni prima, avevo rotto con una ragazza (non una ragazza qualsiasi) sicché mi ero chiuso tre giorni in monastero, tre giorni corroboranti, fuori l’estate bollente e il mondo e la mia ragazza, dentro io, rinchiuso al fresco della mia cella, in un angoletto col mio Nome della Rosa.
(E qualche tempo dopo Eco l’ho anche intervistato, fu gentilissimo, gli dissi che Il Pendolo di Foucault mi piaceva più di ogni altro suo romanzo e lui rimase estasiato da questa mia preferenza, perché anche lui lo preferiva a ogni altro suo romanzo, il che naturalmente mi gratificò moltissimo, ero davvero soddisfatto del mio acume critico, della mia coscienza analitica, considerato poi che Il pendolo di Foucault non l’avevo letto.)

Ma torniamo all’estate di due anni fa. Siccome non avevo niente da fare, me ne sono andato alla libreria Chiari, che è un posticino bellissimo, scendendo lungo Via dell’Oriuolo – anche il nome della via è bellissimo – pieno di libri sparpagliati ovunque, con gran sconti, altro che L’Eterna Fiamma della Regina Loana (che però ha gli errori di stampa). In un catino di pietra stavano alcuni libri quasi regalati. Ho pescato Non so (Fazi, 2003) di Lorenzo Licalzi, due euro. In copertina c’erano dipinti due ragazzi in Vespa, sono andato a vedermi la foto di Licalzi alla fine del libro, andava bene, l’ho comprato.

Non so è la storia di un giovanotto indeciso che diventa padre, una commedia briosa, rapida, che ti strappa risate autentiche – finché, quando meno te l’aspetti, muta in tragedia. Un colpo di scena fra capo e collo. Stessa cosa nel libro d'esordio Io No. (Fazi, 2001). In quest'ultimo la parte tragica risulta meno convincente che nell'altro, le tragedie non sempre vengono bene.)
Non vi dirò come vanno a finire, se la tragedia ridiventa commedia, per non togliervi il gusto di leggervi due libri piacevolissimi, piacevolissimi di per sé, ma anche perché uno vuol proprio veder come va a finir, come diceva Vasco Rossi. La cosa bella di questi due romanzi è che Licalzi si è divertito molto a scriverli, è evidente, ed è un divertimento che si trasferisce a chi legge. Si è divertito così tanto che in entrambi i romanzi, e anche in quest’ultimo Cosa ti aspetti da me? Licalzi non si è accorto che il romanzo era finito da almeno venti pagine, fisiologicamente e perfettamente finito, e invece ha continuato ad aggiungere cose inutili. (In Non So Licalzi aggiunge un epilogo in cui parla dell’11 settembre che c’entra come i cavoli a merenda e poi addirittura un post scriptum.) Èun problema che Licalzi deve risolvere nei prossimi libri, o qualcuno glielo deve dire, “Guarda che il romanzo è finito, smetti di scrivere". Mi chiedo a cosa servano gli editor.

Dopo una così gustosa esperienza, sono andato più volte in libreria con lo scopo preciso di comprarmi il terzo libro Il Privilegio di essere un Guru (Fazi, 2004). Più volte, sì, senza riuscire a comprarlo mai, per i motivi più banali e astrusi: una volta mi son scordato il portafoglio, un’altra volta la fila alla cassa mi ha stremato solo a guardarla, un’altra un incontro inatteso mi ha trascinato via in un vortice di ricordi e whisky (Bella questa. Mi fa venire in mente la canzone di Guccini: rincorrendo l’incontrai lungo le scale/ quasi nulla mi sembrò cambiato in lei/ la tristezza poi ci avvolse come miele/ per il tempo scivolato su noi due…)
Questo per dire che noi c’illudiamo di scegliere e leggere i libri che vogliamo almeno quanto c’illudiamo d’essere artefici del nostro destino. I libri vengono a noi quando vogliono loro. Come i pensieri, per Nietzsche, secondo il quale Io penso è uno svarione grammaticale, e secondo me anche Io leggo. In realtà siamo letti. I libri leggono noi e poi mettono tutto in piazza, fanno di noi recensioni crudelissime, svelano dettagli che non sapevamo.
Anche perché, sia detto a nostra discolpa, i libri vengono a noi non sempre al momento giusto, quando siamo nelle condizioni psicofisiche adatte per assaporarli, spesso al momento sbagliato, almeno sbagliato per noi, quando non possediamo – per età, per stanchezza, per mancanza di tempo – testa e cuore e occhi e cervicali per goderne.
Sicché noi crediamo di dare un giudizio su un libro, magari recensirlo, ma sono i libri che giudicano noi e ci recensiscono. I libri sono critici impietosi. Io ancora mi vergogno dell’analisi testuale che Guerra e Pace ha fatto di me quand’avevo vent’anni!

Non So e Io No hanno un gran pregio: l’autore non vuol far letteratura. Quello che gli interessa è raccontare una storia, in modo efficace e divertente. Non So e Io No hanno un gran difetto: l’autore non vuol far letteratura. Nel senso che in questi primi due libri di Licalzi le parole descrivono il tale oggetto, la tale situazione, la tale emozione, ma non li creano, non li inventano. Inoltre l’autore non si cura del fatto che per ogni oggetto, situazione, emozione esiste una – ed una sola – parola. La parola descrive se stessa ed è insostituibile. È la parola corrispondente – ma ce n’è una, i sinonimi non esistono.

Licalzi riesce a fare il salto di qualità con Cosa ti aspetti da me? (Rizzoli, 2005). Licalzi si mette alla prova: sceglie come argomento la vecchiaia, qualcosa che conosciamo benissimo tutti quanti, come realtà nostra o dei nostri cari, come paura o rivelazione quotidiana: una ruga, una foto, una musica antica, il matrimonio del nostro migliore amico, gente che comincia a morirci attorno, Baggio che smette di giocare. Qualcosa su cui era difficile dire qualcosa di nuovo. È la storia di un vecchio fisico in ospizio, ed è una storia d’amore. È una storia intrinsicamente tristissima , che bisogna leggere da giovani, quando la vecchiaia è ancora sufficientemente lontana da non metterla a fuoco, da considerarla cosa d’altri, oppure da vecchi che se ne infischiano della vecchiaia. È un romanzo bellissimo, scritto con delicatezza, con arguzia, con impietosa compassione. Anche qui si ride, e si soffre. Ma era difficile, così difficile raccontare la pateticità della vecchiaia senza essere mai patetici! Con straordinaria finezza psicologica (malgrado di professione Licalzi sia psicologo), con poesia, con grande saggezza archittettonica e senso del tempo nell’orchestrare azione, dialoghi, riflessione, angoscia, cinismo e umorismo. E alla fine (che di fatto avviene venti pagine prima che Licalzi se ne accorga) se ne esce rigenerati, incredibile a dirsi, diventa quasi un libro pedagogico, che apre fessure pericolose nella nostra sensibilità moderna (alla costante ricerca di frasi fatte per esorcizzare la vecchiaia) dove s’impara qualcosa e - Dio mi perdoni - forse ci s'illude di cambiare un po’.

Pubblicato originariamente in Vibrisse, il 19.03.06

Sunday, October 4, 2009

Intellettuali di serie C

Il Pesce nell’acqua (Rizzoli,1994, traduzione di Vittoria Martinetto e Angelo Morino, titolo originale Pez en el agua, 1993) è l’ autobiografia dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. Di capitolo in capitolo, Vargas Llosa alterna il racconto autobiografico vero e proprio (a partire dalle radici famigliari) al resoconto dell’avventura politica che lo vide candidarsi alle elezioni presidenziali del 1990, poi perse a vantaggio di Alberto Fujimori. Tra i momenti più interessanti del libro, c’è quello dove Varga Llosa dice d’essersi chiesto a lungo e aver finalmente capito perché “tra i nostri intellettuali e soprattutto tra i progressisti – l’immensa maggioranza – ci fosse tale abbondanza di canaglie, mascalzoni, impostori, truffatori" e come “potessero vivere impudentemente in uno stato di schizofrenia etica contraddicendo frequentemente in privato ciò che promuovevano con tanta convinzione nei propri scritti e nella propria pubblica condotta."
(Poiché ho sottomano l’edizione ‘95 della Penguin Books nella traduzione di Helen Lane e non quella della Rizzoli, chiedo scusa ai traduttori italiani e ai lettori e mi permetto di tradurre io dall’inglese alcuni brani dal capitolo intitolato “Third-rate Intellectuals", che più o meno suona come “Intellettuali in svendita.")

Vargas Llosa comincia col dire che “l’intellettuale o il politico che dice quel che crede, che fa ciò che dice, che non usa le idee e le parole come un mero espediente per favorire la propria ambizione, merita rispetto."
Ma secondo Vargas Llosa (che scrive nei primi anni Novanta) gli intellettuali rispettabili non abbondano in Perù: “Chiunque avesse letto i manifesti, gli articoli, e i saggi di questi infuriati anti-imperialisti, chiunque avesse frequentato i loro corsi o conferenze, avrebbe pensato che odiare gli Stati Uniti fosse diventata una missione apostolica. Ma quasi tutti avevano fatto richiesta, ricevuto, e spesso vissuto con borse di studio, fondi di assistenza, sovvenzioni, commissioni speciali e incarichi dati loro dalle fondazioni americane, e speso semestri e persino interi anni accademici nelle ‘viscere del mostro’ (espressione di José Martì) nutriti dalla Fondazione Guggenheim, dalla Fondazione Tinker, dalla Fondazione Mellon, dalla Fondazione Rockfeller, et cetera, et cetera" – diventando professori, spiega Vargas Llosa, “nelle università di quel Paese che ai propri studenti , discepoli e lettori avevano insegnato a detestare, in quanto causa di tutte le calamità sofferte dal Perù."

Vargas Llosa dà un paio d’esempi d’intellettuali di questo genere, ma dice che potrebbe darne cento, “varianti dello stesso costume: creare per te stesso una persona pubblica, convinzioni, idee, e valori per convenienza professionale, e allo stesso tempo, nella condotta privata, disattenderli. Il risultato di tale inautenticità è, nella vita intellettuale, la svalutazione del discorso, il trionfo dei clichés e della retorica vuota, del linguaggio morto degli slogan e delle banalità, sulle idee e sulla creatività. Non è per caso che negli ultimi 30 o 40 anni il Perù non abbia prodotto quasi niente nel campo del pensiero degno d’esser ricordato mentre d’altro lato ha ammassato un gigantesco immondezzaio di sciocco chiacchiericcio socialista, Marxista, e populista che non ha contatto con la realtà dei problemi peruviani."

Il pensiero di sinistra, dice Vargas Llosa, ha avuto un precursore illustre in Perù, José Carlos Mariàtegui (1894-1930), per il quale il romanziere ha parole di stima (anche se sorge il sospetto che indulga ad elogiarlo per dimostrarsi immune da preconcetti ideologici) - sostenendo però che l'acume e l'originalità di Mariàtegui non si son più visti in coloro che si son dichiarati suoi seguaci:
"Benché si proclamino Mariateghisti, dal più moderato al più estremista (lo stesso Abimael Guzmàn, fondatore e leader di Sendero Luminoso, dichiara d'esser discepolo di Mariàtegui) (…) la verità della questione è che dopo il breve apogeo che Mariàtegui rappresentò per il pensiero socialista, quest'ultimo cominciò un declino che toccò il fondo durante gli anni della dittatura militare (1968-1980), in cui le posizioni opposte nel dibattito intellettuale apparvero esser limitate a due: l'opportunismo della sinistra o il terrorismo. (…) In campo politico le conseguenze sono state anche peggiori perché coloro che hanno fatto della duplicità e del doppio gioco ideologico un modus vivendi hanno ottenuto il quasi totale controllo della vita culturale in Perù. E hanno prodotto quasi tutto quello che i Peruviani hanno studiato o letto (…). Ogni cosa era nelle loro mani: le università e le scuole di stato e molte private; gli istituti e i centri di ricerca; le riviste, i supplementi e le pubblicazioni culturali e, naturalmente, i libri di testo."
I conservatori, annota Vargas Llosa, che fino agli anni Cinquanta avevano avuto l'egemonia culturale nel Paese - e qui lo scrittore fa alcuni nomi di storici e di filosofi - avevano perso la battaglia e non erano stati in grado di produrre talenti che si opponessero all'avanzata degli intellettuali di sinistra "che, una volta che il Generale Velasco divenne dittatore, monopolizzarono la vita culturale."

Vargas Llosa dice che gli intellettuali ebbero, durante il regime di Velasco (1968-1975), tanta responsabilità quanto l'esercito nella rovina del Paese: "Applaudirono la distruzione a forza del sistema democratico che, per quanto defettivo e inefficiente potesse esser stato, permetteva il pluralismo politico, la facoltà di critica, i sindacati, e l'esercizio delle libertà. E con l'argomento che le libertà 'formali’ erano la maschera dello sfruttamento, giustificarono il fatto che i partiti politici venissero proibiti, che non fossero tenute elezioni, che le proprietà terriere fossero confiscate e collettivizzate, che centinaia d'imprese venissero nazionalizzate e poste sotto il controllo dello Stato, che la libertà di stampa e il diritto di critica fossero soppressi, che la censura fosse istituzionalizzata, che tutti i canali TV, i quotidiani, e un largo numero di stazioni radio fossero espropriati," et cetera. Insomma, secondo Vargas Llosa, in nome della rivoluzione e del socialismo, gli intellettuali difesero gli abusi e le iniquità della dittatura. Ma, dice lo scrittore, “non per ingenuità o per convinzione bensì, come il loro comportamento più tardi avrebbe provato, per opportunismo."

Gli intellettuali per la prima volta erano stati chiamati in causa, per la prima volta il governo gli aveva offerto “alcune briciole di potere. Senza esitare, si erano gettati nelle braccia della dittatura, esibendo uno zelo e una diligenza che frequentemente andò aldilà di ciò che gli era stato richiesto. Questa è la regione per cui il Generale Velasco, uomo senza sottigliezze, aveva parlato degli intellettuali del regime come mastini che teneva per spaventare la borghesia."
E infatti, dice Vargas Llosa, il regime li ridusse ad abbaiare e mordere attraverso giornali, radio e televisioni – specie contro di lui. Questo gli era già capitato alla fine degli anni Sessanta, quando Vargas Llosa aveva rotto col regime di Cuba, ma allora pensava che questi intellettuali stessero difendendo una fede politica in cui credevano onestamente. Invece, prosegue Vargas Llosa “[n]egli anni della dittatura di Velasco, ho scoperto qualcosa in cui credo tuttora: che per la maggior parte di loro, queste convinzioni fossero solo una strategia per permettergli di sopravvivere, farsi una carriera, andare avanti.

A questo punto Vargas Llosa porta l’esempio di uno scrittore, Julio Ramòn Ribeiro, che al tempo della nazionalizzazione delle banche lo aveva pesantemente attaccato in quanto conservatore. Costui aveva ottenuto un posto come diplomatico all’Unesco da Velasco,"e l’aveva mantenuto durante tutti i governi successivi, che fossero dittature o democrazie, che egli servì obbedientemente, imparzialmente, e discretamente (…). Cosa aveva trasformato l’apolitico e scettico Ribeyro in un fido militante socialista? Una conversione ideologica? L’istinto della sopravvivenza diplomatica. Questo fu ciò di cui lui stesso m’informò, in un messaggio che mi spedì a quel tempo – che mi fece un’impressione peggiore di tutte le sue dichiarazioni – attraverso il suo editore, che era anche una mia amica, Patricia Pinilla: 'di’ a Mario di non prestare attenzione alla cose che sto dichiarando contro di lui, perché rappresentano solo favorevoli opportunità per me.'

Ho allora capito una delle più drammatiche espressioni del sottosviluppo. Non c’era praticamente modo in cui un intellettuale di un Paese come il Perù potesse lavorare, guadagnarsi il pane, pubblicare, in poche parole vivere come un intellettuale, senza adottare gesti rivoluzionari, rendere omaggio all’ideologia socialista, e dimostrare nei suoi pubblici atti – che apparteneva alla sinistra. Per diventare editore di una rivista, essere promosso a un superiore livello accademico, ottenere borse di studio, sovvenzioni di ricerca, inviti con spese pagate, era necessario che provasse che s’identificava con i miti e i simboli dell’establishment rivoluzionario e socialista. Chi non tenesse conto dell’invisibile parola d’ordine era condannato all’isolamento: marginalizzazione e frustrazione professionale. Questa era la spiegazione."

Vargas Llosa, infine, afferma: “Uno dei miti contemporanei sul Terzo Mondo è che, in questi Paesi frequentemente soggiogati da dispotiche e corrotte dittature, gli intellettuali rappresentino una riserva morale, che, sebbene impotente d’innanzi alla forza bruta dominante, costituisce una speranza, una risorsa dalla quale il Paese sarà in grado di rintracciare idee, valori, e persone che gli permetteranno di promuovere libertà e giustizia. In realtà, le cose non stanno così. Il Perù è la dimostrazione, piuttosto, di come fragile sia la classe intellettuale nel Terzo Mondo, della facilità con cui la mancanza di opportunità, l’insicurezza, la scarsità di mezzi per fare il proprio lavoro (…) rendano gli intellettuali vulnerabili alla corruzione, all’abbandono dei propri ideali, al cinismo e al carrierismo."

(Pubblicato originariamente in Vibrisse col titolo "L'intellettuale peruviano", il 13 settembre 2005)

Saturday, October 3, 2009

Far finta di essere sani

Una delle frasi più comuni del nostro tempo è: “non mi prendo sul serio" – o nella variante imperativa: “non prendermi sul serio!"
Che sciocchezze. Se gli altri non ci prendono sul serio ci restiamo male; e se non prendiamo sul serio noi stessi ci rimaniamo malissimo. Leggetevi (vi prego) il racconto “Eduard e Dio" negli Amori Ridicoli (Adelphi, 1988) quando Kundera non si prendeva ancora così sul serio da teorizzare ciò che scriveva, da fornire definizioni universali e sistematiche su quell’arte del romanzo che, a suo dire, “ha forma di domanda e non di risposta" e rifugge ogni sistematicità - ma di questo ho scritto altrove e non ho ancora pubblicato, e non perché non abbia preso gioiosamente sul serio ciò che ho scritto (che piacere blasfemo sfidare Kundera, il dio dei miei vent’anni!) ma perché non ho ancora messo le note a pie’ di pagina, unico mezzo perché una rivista accademica prenda sul serio qualsiasi corbelleria le propini.
(È possibile che più fingi d’aver letto più ti prendano sul serio? È possibile che più fingi d’esser intelligente più ti prendano sul serio? Dov’è finito l’antico rispetto per l’ignoranza?)

Ma torniamo al punto: in “Eduard e Dio" a un certo punto si dice, più o meno (ma direi più, perché prendevo così seriamente Kundera da impararlo a memoria): “tragica è la vita di chi non prende niente sul serio!"
Ed è così. Per sfuggire alla vanità dell’esistenza, alla sua stolida inconsequenzialità, per fingere che non ci sia la morte, un giorno, ad annullare tutto, per dare un senso alle cose - dobbiamo convincerci che le cose abbiano un senso, dobbiamo prenderle sul serio.
Dobbiamo prendere sul serio il nostro lavoro, più di tutto, poiché faticare la maggior parte del giorno a far cose che non ci piacciono insieme a colleghi che non sopportiamo (la parola “collega" ha in sé un’essenza odiosa) deve aver senso, oppure impazziamo, deve avere un senso la carriera (altra parola ignobile), al massimo devono aver un senso i soldi che pigliamo e ciò che coi soldi facciamo, devono avere un senso le ferie (ancòra!), il week-end in montagna, il nostro viaggio in India a riscoprir noi stessi, noi stessi soprattutto, devono aver senso la famiglia, l’amore, il sesso, scrivere o leggere su un blog. Mah.

Quanto più uno prende sul serio la vita, tanto più è felice. Io invidio chi prende sul serio la vita (no, non è vero). Invidio quelli che fanno collezione di francobolli e acquasantiere (ah!). Invidio Berlusconi (già più credibile). Invidio Berlusconi non tanto perché è il presidente del Milan, mio sogno segreto, bensì perché a quasi settant’anni fa tutto quello che fa, laddove io immagino che a settant’anni il futuro mi sembrerà così scarso che non avrò voglia di fare niente – anzi l’unica consolazione sarà quella di non aver niente da fare, d’essermi liberato dal mio orgoglio, dalla sciocca brama di esibire la mia identità, di dire io, che invece a 34 mi fanno stare davanti al computer e scrivere queste cose, perché voglio che voi (che non conosco, si badi bene) proclamiate che sian giuste o sbagliate – laddove potrei andarmene a bere un caffé e farmi un giretto o far qualcosa di più divertente che dialogare con sconosciuti (ma mi sto divertendo, però).

(Detto per inciso, vorrei dire che Berlusconi non fa ciò che fa per sete di potere, denaro, o altro, esattamente come io non scrivendo su questo blog per sete di potere, denaro, o altro: entrambi cediamo alla lusinga dell’io, entrambi chiediamo udienza, adulazioni, o insulti, a un pubblico sconosciuto perché abbiamo paura della Gran Livellatrice, perché è meglio avvertire lo sdegno di farsi sbeffeggiare da una platea anonima che non avvertirlo perché si sta pensando alla morte.)

Ora, vi sono forme diverse del prendere sul serio le cose. C’è chi prende sul serio l’ideologia, la politica, le grandi idee, eccetera. I tiranni prendono sul serio se stessi a tal punto da voler passare alla Storia, non realizzando che la Storia li coprirà col vapore d’oro dell’oblio - se solo se ne rendessero conto la Storia sarebbe diversa, se Napoleone si fosse reso conto che di lui sarebbe restata solo l’immagine ridicola di un ometto con la mano infilata tra le asole del cappotto e la ridicola frase “È un piccolo Napoleone" forse se ne sarebbe rimasto a pescar crostacei in Corsica. Perché il ridicolo alla fine ci seppellisce tutti. Il ridicolo è consustanziale all’essere umano, fa parte del nostro DNA, come la crudeltà o la vanità, intesa in entrambi i sensi. Lasciate quindi che io dia, kunderianamente, una definizione del “prendere sul serio": prendere sul serio una data cosa incluso se stessi significa non vedere o fingere di non vedere l’essenza vana di ogni data cosa e di se stessi. Quindi, prendere sul serio una data cosa incluso se stessi significa non vedere o fingere di non vedere l’essenza ridicola di quella data cosa e di se stessi.
Prendersi sul serio fa di un uomo un uomo felice, o un dittatore.

Poi, c’è chi prende seriamente l’arte. Io amo chi prende seriamente l’arte. Perché tutta l’arte è completamente inutile, non serve a niente, perché (dice Kundera) “se la somma di tutte le cose utili dall’inizio dei tempi ad oggi ha reso il mondo così com’è, vale a dire non un granché, ne viene che non esiste cosa più morale che fare una cosa inutile."
(Ah, vecchio Milankù! Le sai dire, però!)
Perché, vorrei aggiungere, non esistono un dipinto o un’opera letteraria che abbiano minimamente influito sulla Storia dell’Umanità: tra la terza Guerra punica e l’Olocausto ci sono stati Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Dante, Cervantes, Proust, Joyce – ma evidentemente non han fatto la differenza. (Oh sì l’hanno fatta, l’hanno fatta. Son Scipione Emiliano e Hitler che non l’hanno fatta.)

L’artista è più interessato a certe minuscole macchie di colore che non a un qualsiasi Evento Decisivo per le Sorti dell’Umanità. Al funerale del suo migliore amico l’artista è incantato dai riflessi bronzei sulle maniglie della bara o dal zucchetto purpureo del cardinale; alla Marcia della Pace va in sollucchero per l’idiozia degli slogan. (Eppure l’artista è infinitamente più compassionevole di un qualsiasi cardinale e di tutti, dico tutti, i pacifisti del mondo.)

E il romanziere, specificatamente: egli è più interessato alle sue parole che alle sue idee, e più alle sue idee che a se stesso: se stesso e le sue idee son finalizzate alle sue parole, son manipolati, storpiati, modellati per le sue parole, direi addirittura che il romanziere pensa, soffre, vive, esclusivamente per avere materiale grezzo da cui scaturiscano parole incandescenti, frasi ebbre, virgole indimenticabili. Oserei dire che non c’è romanziere laddove non c’è incontrollato amore per le virgole, non c’è romanziere laddove non ci siano giornate estenuanti spese a togliere e aggiungere la stessa virgola: sì, il vero romanziere è colui che piglia le virgole più seriamente di qualsiasi altra cosa al mondo.

Ma quando un romanziere pubblica il suo romanzo è perché vuole che altri piglino sul serio le sue virgole. Che atto di presunzione, romanziere! Pretendere che gli altri, altri che non ti conoscono, che tu non conosci, paghino venti euro (coi quali potrebbero regalare un mazzo di rose all’amata) per star dietro alle tue stupide virgole! Che leggano le tue parole, le tue frasi, le tue – orrore! – idee! Quanto seriamente devi prenderti per pretendere che gli altri stiano a sentirti parlare di te! (Perché non raccontarmi frottole, romanziere: di qualsiasi cosa tu stia parlando, stai parlando di te. Quelle stesse virgole sulle quali hai lavorato tanto parlano di te. Le tue idee sul mondo, le tue idee politiche, ma anche le tue citazioni classiche, le tue descrizioni naturalistiche e le tue riflessioni sul prendersi sul serio – parlano di te. Ogni romanzo è una forma d’autobiografia.)
Pubblicare è un atto di vanità (sempre in entrambi i sensi) straordinaria, e la cosa grave è che non lo si fa per soldi. Ma è così, è umano. Anzi, è divino: anche Dio, tutto sommato, per il suo romanzo, vuol esser lodato, amato, bestemmiato - da tutti.


[Pubblicato originariamente in Vibrisse il 22 settembre 2005]

Tuesday, September 29, 2009

Intervista a Roberto Pazzi

Roberto Pazzi (1946) è autore di 6 raccolte di versi e 13 romanzi (il primo dei quali Cercando l’Imperatore, Marietti, 1985, l’ultimo L’Ombra del padre, Frassinelli, 2005). [Questa intervista risale al 2006. Da allora Pazzi ha pubblicato tre nuovi romanzi, Qualcuno m'insegue e Dopo Primavera per Frassinelli, e Le forbici di Solingen per Corbo. Inoltre, sono stati ripubblicati Vangelo di Giuda per Sperling&Kupfer e Le citta' del dottor Malaguti per Corbo. Di Corbo e' il direttore della collana L'isola bianca, in cui e' stato inserito E' sabato mi hai lasciato e sono bellissimo].



Lei nel suo ultimo romanzo L'Ombra del Padre ha messo in scena Dio, Gesu Cristo, il
Diavolo, e un capitolo persino la Vergine Maria. Qual è, da un punto di vista della scrittura, l'aspetto più difficile o delicato di un'operazione del genere?

Prima di tutto tremano le mani quando si scrive il pensiero ... di Dio! Poi c'è lo scontro con la immensa tradizione letteraria che ne ha già parlato, e di che livello! Penso a Dostoevskij ad esempio. Il problema era proprio scrivere in modo diverso dopo che... Dante ne aveva già parlato in modo supremo. Ecco perchè la genesi è stata lunga più del solito, intervallata fra una parte e l'altra da un anno di silenzio.

Mi sbaglio o nel suo romanzo Gesù Cristo è il personaggio buono, umano, e valoroso - ma il Padre mica tanto?

Il Padre è una specie di Saturno, una sorta di Ananke, di Moira, il cui residuo pesante e plumbeo è presente fin da Omero, nell'Iliade, quando Giove piange per non poter salvare Sarpedonte. E ritorna con tali caratteri nel Vecchio Testamento. Il loro drammatico dialogo è la storia del complesso rapporto che ha l'umanità con Dio, perchè l'umanità collabora a crearlo, lo completa, lo designa, lo sogna... Noi aiutiamo Dio a manifestarsi e siamo duplici, da una parte lo temiamo come giudice - il Padre - dall'altra lo amiamo come Amore assoluto - il Figlio - che si carica della nostra carne e della nostra paura di lui.

Quali sono i suoi scopi quando scrive un romanzo ?

Divertirmi a stanare dal mio inconscio un'ombra renitente a farsi carne e offrirla in dono al lettore. E comunque affrontare un bel viaggio che mi porti lontano dalla realtà che devo subire ogni giorno appena esco di casa, in questa città o in viaggio in questo corpo qui, in questo sesso, in questa era storica, con una nascita avvenuta in quell'anno e non più rivedibile se non per estro creativo nei miei personaggi...

Nei suoi romanzi (e specie nell'ultimo) c'è sempre abbondanza di pensiero, di analisi esistenziale e sociale. Non avverte mai il rischio di debordare nel saggio?

È una delle grandi possibilità del romanzo, quella saggistica. E una sua virtù. Diversamente si può facilmente cadere nel lirismo, che era tipico dei miei primi lavori. Ogni età creativa ha la sua febbre. Io ora attraverso l'età della riflessione narrativa. In generale la struttura filosofica è come lo scheletro che si intravede dietro la carne bella di Laura, la donna del Petrarca. La quale diventa "poca polvere son che nulla sente". Credo che la favola sia l'esca per catturare l'attenzione del lettore e fargli ingerire la medicina del pensiero.

Ne consegue che il romanziere è un intellettuale, un “trasmettitore" di pensiero. Ma svolge la sua funzione d'intellettuale all'interno del romanzo o fuori?

Fuori e dentro. Ma non avrei questo spazio se non avessi scritto 13 romanzi tradotti in 23 lingue e 6 raccolte di versi. La presunzione di dover fare il maestro di pensiero mi pare comica, comunque, perchè la complessità dello scibile oggi è a tale livello di saperi separati e specialistici che si rischia sempre di dire sciocchezze su cose che non si conoscono. Penso alla questione energetica e ai trattati di Kioto, al problema del nucleare, del clima, dell'AIDS per esempio. Che cosa veramente ne sappiamo? Se ci si addentra con serietà si scopre che dovremmo stare una vita sui dati e le informazioni prima di farcene una idea generale. E prima di dire a nostra volta la nostra idea. Quando Pasolini era vivo, 30 anni fa, era più facile affermare cose generali. In tre decenni il sapere si è ancora più specializzato e settorializzato.

Ma nei limiti che ci consente il nostro tempo, il romanziere dovrebbe sempre esercitare la sua funzione d’intellettuale, ovvero dire cose di pubblica utilità, far luce, far da guida, mettere all'erta e via dicendo?

Non è detto, io non ho verità generali da vendere ai miei simili. Però se è un grande scrittore finisce controvoglia per esserlo... Ma nelle cose di letteratura c'entra troppo il caso e non il merito. Quindi un asino può diventare scrittore famoso e dettare legge e un genio rimanere oscuro e misconosciuto vedi Pessoa e Morselli... E come asini famosi vedi Dan Brown e Giorgio Faletti.

Cosa non le piace dei libri di Brown e Faletti?

Del primo l'assoluta gratuità storica delle sue trame mirabolanti. Chi ha una vera conoscenza della Storia, chi l'ha veramente studiata, avrebbe orrore di tessere trame così sensazionalistiche e basate sulla sabbia che attaccano presa solo su chi è ignorante della stessa. Solo in un continente dove non c'è molta memoria storica, come l'America, potevano allignare delle fole così facili e accattivanti e purtroppo esportabili in un mondo che insieme alla Coca Cola mutua anche quella pellicolarità sottile di conoscenze. Il che non significa che negli Usa non ci siano moltissime persone che la Storia la conoscono e la rispettano e mai scriverebbero cose così "incantacretini". Purtroppo ha fatto moda anche da noi. Il padano Valerio Massimo Manfredi, per fare un esempio, lo imita.

E Faletti?

Faletti ha costruito un giocattolo che funziona molto bene, ma a me i giocattoli non piacciono, da grande. Mi piacciono i libri.

La differenza fra un giocattolo e un libro?

Quella che c'è fra Io Uccido di Faletti e Grande Sertao di Rosa, ad esempio. Comunque non ho letto che poche pagine di Faletti, ma aveva ragione Flaiano quando diceva "non l'ho letto ma non mi piace". Che è anche quanto dire che "vero lettore è chi sa che cosa non leggere".

Non crede che Brown e Faletti abbiano il merito d'aver messo su una buona trama, avvincente, per cui è necessario un sicuro dispendio d'intelligenza e bravura?

Se un romanzo è solo fatto di trama sono d'accordo. Ma per me un buon romanzo è fatto di stile, prima che di trama. A me piace la lingua, la scrittura, il modo di dire nuovo e non banale mi attira, non ritrovarmi anche in un libro il facile sensazionalismo cinematrografico alla "Titanic"

Lei però mette qualsiasi romanzo sullo stesso piano, come se tutti i romanzi fossero sullo stesso livello e quindi in diretta competizione tra loro, come se tutti avessero le stesse finalità (estetiche, etiche, filosofiche) e tutti si rivolgessero allo stesso pubblico. Jorge Borges e Faletti producono due piaceri "ontologicamente" diversi, più raffinato e perpetuo il primo, più grossolano ed effimero il secondo – ma per questo Faletti è un asino?

Certo per asino intendevo proprio questo perseguire un grossolano fine di presa dei lettori a livello basso. Faletti come persona sarà una bravissima persona, il mio giudizio non è personale ma letterario, è chiaro.

Molti romanzi restano invenduti in libreria: si dice che sia perché gli Italiani non leggono o, appunto, leggono Faletti e Dan Brown. È vero?

Certo. Difficile che leggendo Faletti e Brown si appassionino poi a leggere Shakespeare, la Yourcenar, Canetti, Sartre, Proust. Resteranno sempre nel cortile della Letteratura, senza entrare nelle sue sale.

Non potrebbe essere che i romanzieri italiani non possiedono l'immaginazione di Faletti a metter su uno straccio di trama, e tuttavia si credono Borges?

Perdòno più il credersi Borges che possedere l'arte dello straccio di trama e millantarla come "la" narrativa.

O forse amano credersi Borges perché non riescono ad avere l'immaginazione di Faletti?

Sono due scuole di pensiero così lontane, penso che la domanda non si pone.

Non le ho citato Borges a caso. Borges difendeva il genere del giallo, proprio perché fondato su quella cosa, la trama, che molti scrittori sembrano postmodernamente (e comodamente) perdere di vista. Cos'è la trama per lei, fine o pretesto?

Ma Borges aveva il dono di una scrittura infinitamente poetica e raffinata, aveva il dono della scrittura! Uno spessore di conoscenze e di letture immenso come la sua biblioteca. Univa la tensione della trama giallistica e questo dono, era il massimo. Ma Faletti che cos'ha? Le mutande di Borges senza averne i coglioni. La trama è consustianziale alla forma, non si può scindere la forma dal contenuto, ce lo insegna il buon De Sanctis.

Qual è il fine della sua scrittura?

Raccontare è un'azione che ha in sè il suo fine, e cioè aiutare il Tempo a scorrere, dilatare la vita, rinviare la morte, accrescere la creazione, cooperare con Dio, completare l'opera imperfetta di qualcuno che ha iniziato bene e poi ha commesso qualche errore... Ma sto raccontando di nuovo la genesi del mio ultimo libro L'Ombra del Padre, chiedo scusa!

Prego, prego. Continui...

La scrittura non si restringe facilmente in uno scopo. Aveva ragione Sherazade, la verità non sta in un solo sogno ma in mille e uno sogni. A me la scrittura è servita per darmi da solo delle risposte a domande che sarebbero rimaste senza risposta se non avessi cominciato a tormentarmi con quelle domande. È una specie di terapia razionale, come la definiva Lanfranco Caretti. La stessa cosa mi è accaduta leggendo. I libri che mi piacevano erano quelli in cui trovavo delle risposte a delle domande che mi tormentavano.

Che pubblico ha in mente quando scrive?

Nessuno in particolare. Si scrive per essere amati e si è letti senza poterlo essere, diceva Roland Barthes... Ma forse penso al pubblico che ama i miei stessi autori, i maestri che ho in testa, da Proust alla Yourcenar, da Rosa a Marquez, da Rilke a Shakespeare, da Saba a Salinas, da Bulgakov a Buzzati, da Leopardi a Pirandello, da Montale a Penna, da Svevo a Howthorne.

Quali son gli scrittori italiani (romanzieri, saggisti, poeti) degli ultimi quindici anni che resteranno tra cinquant'anni, verranno studiati nelle scuole, discussi all'università - letti?

A questa domanda preferisco non rispondere. La morte ha un'unica generosità, preservarci dal sapere se qualcosa di noi è sopravvissuto. Perchè privare gli altri di quello che anche a me è concesso ?

Si parla spesso dei problemi dell'editoria italiana. Può raccontarmi l'idea che se n'è fatto in 20 anni d'esperienza, dirmi cioè cosa le piace e non le piace dell'editoria italiana e, dato che i suoi libri sono stati pubblicati da importanti case editrici straniere, fare una comparazione con l'editoria degli altri Paesi?

L'editoria italiana è al traino come tanta europea della colonizzazione americana. Addirittura si allevano rampolli di allevamento, che becchettano mangime precotto dagli Usa, nella speranza di imitare anche le vendite di quei polletti di allevamento. C' è persino chi copia Brown oltre che Wilbur Smith su commissione dell'editore... Ma non farò dei nomi. Sono gli editori che mettono in tentazione questi falsi d'autore... E così uccidono le capacità di gustare l'altra letteratura, quella erede della classicità. Non si passa da Manfredi alla Yourcenar, purtroppo.

[Pubblicato originariamente in Vibrisse, il 17.02.06]